Marco ha sessantadue anni, una laurea in ingegneria civile, un appartamento di ottanta metri quadri vicino a Prato della Valle, e un divorzio finito con una firma scortese nel dicembre del 2021. Dopo trentun anni di matrimonio, la moglie gli ha detto, in una sera di novembre, che andava via con un collega. Non c'è stato dramma, non ci sono stati urli. Soltanto una valigia, un venerdì, e un silenzio che per mesi ha occupato tutto il corridoio.
«I primi sei mesi dopo la separazione li ho passati a lavorare troppo», mi racconta seduto a un tavolino di un caffè di via San Francesco. «Tornavo a casa alle otto, riscaldavo una cosa, mi addormentavo davanti alla televisione accesa. Il sabato compravo il giornale e leggevo tre righe per pagina. Non avevo nessun problema apparente. Stavo solo scomparendo piano».
Un volantino davanti a un portone
A ottobre del 2023, tornando da una farmacia in centro, Marco nota un foglio attaccato a un portone. «Circolo scacchistico di Padova – nuovi iscritti benvenuti, giovedì sera ore 21». Lui gioca a scacchi dai tempi del liceo, ma non ha più toccato una scacchiera in modo serio dal 1996. Si iscrive senza pensarci molto. «Ho pensato: almeno un giovedì a settimana avrei avuto qualcosa da fare che non fosse il divano».
Il primo giovedì arriva alle nove precise, entra in una sala al primo piano di un palazzo antico, dodici tavolini di legno con scacchiere professionali, un presidente ottantenne in giacca beige, quattordici presenti, di cui tre donne. Lo fanno sedere davanti a un uomo della sua età, capelli bianchi, barba curata, che lo batte in trentadue mosse. «Benvenuto», gli dice alla fine.
Teresa, sessantuno, bibliotecaria
Teresa è una delle tre donne presenti quel giovedì. Lavora come bibliotecaria alla Biblioteca Universitaria di Padova, è separata da otto anni, ha due figli grandi, vive in un appartamento a Santa Sofia. Gioca a scacchi da quando aveva dieci anni. Al circolo frequenta da tre. Non è tra le più forti, ma è disciplinata, paziente, e siede sempre allo stesso tavolo d'angolo, accanto alla finestra.
Marco la nota il terzo giovedì. Teresa ha un maglione di lana azzurra, tiene i capelli legati bassi, annota le partite con una matita smussata su un taccuino con la copertina rossa. Non lo guarda. Non c'è nulla di particolare. Eppure Marco si accorge di guardarla due o tre volte durante la propria partita, e di perdere per distrazione.
La prima conversazione, dopo undici settimane
Marco non è un uomo precipitoso. Per undici giovedì entra, saluta, gioca, beve un bicchiere d'acqua al termine, e se ne va. L'undicesimo giovedì, a fine serata, si avvicina al tavolo di Teresa, che sta ancora annotando la partita. «Posso chiederLe una cosa tecnica?». Lei alza gli occhi, sorride brevemente. «Prego».
Marco indica una posizione sulla scacchiera. «Lei avrebbe giocato il cavallo in f5 o la torre in d1?». Teresa guarda, riflette un momento, risponde: «Cavallo. La torre era una trappola». Parlano venti minuti dopo la chiusura della sala. Il presidente ottantenne spegne le luci una per volta, sorridendo senza disturbare. Nessuno dei due nota che sono gli ultimi due rimasti.
Una partita privata, la domenica mattina
Non si chiedono il numero subito. Marco non vuole essere l'uomo che «ci prova» al circolo. Il giovedì dopo, Teresa gli chiede, a fine partita: «Le andrebbe di giocare una volta fuori orario? A casa mia c'è una scacchiera di legno che era di mio padre, bella, che uso poco». Marco risponde: «Con piacere».
La domenica mattina, alle dieci, Marco arriva all'appartamento di Santa Sofia con un pacchetto di biscotti al burro. Teresa prepara il caffè. Giocano per due ore, in silenzio per buona parte. Poi parlano. Dei figli, delle case, dei matrimoni finiti. Nessuna lamentela, solo resoconti onesti. Marco esce alle tredici e trenta. Cammina fino a casa a piedi. Piove, e non ha l'ombrello. Non gli importa.
La lentezza come metodo
Un anno dopo il primo giovedì al circolo, Marco e Teresa hanno una loro forma di relazione. Non vivono insieme. Non si sono presentati ufficialmente ai figli. Non si sono mai detti «ti amo» con enfasi. Ma si vedono tre o quattro volte a settimana, viaggiano insieme qualche weekend a Mantova o Verona, condividono abbonamenti al teatro stabile di Padova.
«Non abbiamo fretta di cambiare etichetta», mi dice Teresa al telefono. «Siamo in pace. Questo a sessantuno anni vale più di mille dichiarazioni. Marco sa quando ho bisogno di restare da sola. Io so quando lui ha bisogno di perdere una partita a scacchi senza essere consolato».
Cosa insegna questa storia, secondo Marco
Gli ho chiesto, prima di pubblicare, cosa vorrebbe dire a un altro uomo di sessant'anni appena uscito da un matrimonio lungo. Ha riflettuto un minuto. Poi mi ha dettato quattro punti come un ingegnere.
- Non iscriversi a un circolo pensando di trovare qualcuno. Iscriversi perché quell'attività Le interessa davvero. La differenza è decisiva e si sente subito dagli altri.
- Non parlare mai dell'ex moglie prima del terzo incontro. Anche se la persona chiede. Una frase breve di contesto basta: «Sono separato, sto bene». Il resto arriva a suo tempo.
- Accettare le sconfitte. Al club di scacchi si perde metà delle partite. Fa bene al carattere. In amore pure.
- Dare tempo al tempo, senza forzare. Undici giovedì prima di una conversazione non sono una perdita. Sono un segnale che non è in fuga da sé stesso.
Un'immagine che mi è rimasta
Il giorno in cui ho registrato la nostra conversazione, Marco si è alzato dal tavolo del caffè, ha guardato l'orologio, ha detto: «Mi scusi, Teresa oggi non sta bene, le porto un po' di zuppa». Ha pagato, si è infilato la sciarpa, è uscito. Dal tavolo vicino, una signora mi ha sorriso. «Ha una bella faccia, suo marito», mi ha detto. Non ho avuto il cuore di spiegare. Marco non era mio marito. Era solo un uomo di sessantadue anni che, dopo un divorzio, aveva ricominciato a portare la zuppa a qualcuno. A questa età, è già una piccola forma di amore.